Il permesso
C'è un momento, di solito verso marzo, in cui un uomo di cinquantadue anni con due figli e un mutuo entra in un ufficio più piccolo del suo e chiede a un altro essere umano il permesso di assentarsi ad agosto. Lo chiede bene. Ha preparato la frase mentre saliva le scale, l'ha addolcita, ha previsto l'obiezione — in quel periodo siamo scoperti — e ha già pronta la controfferta, la prima settimana invece della seconda, oppure il rientro anticipato, oppure resto reperibile. Poi esce e aspetta. Nei giorni successivi controlla la posta più spesso del solito. Quando arriva il sì, dice grazie. Lo dice davvero, non per formula: sente proprio, in mezzo al petto, una piccola gratitudine calda verso la persona che gli ha concesso di stare al mare con i suoi figli.
Questo è tutto. Non serve altro. Puoi togliere le catene, i faraoni, i servi della gleba, tutto l'apparato storico che di solito si tira fuori quando si parla di queste cose: resta un adulto che ringrazia un altro adulto per avergli restituito, a rate e sotto condizione, un pezzo della propria vita. E resta il fatto che a nessuno dei due sembra strano. Al secondo meno che al primo, ma neanche al primo, in fondo: se glielo facessi notare direbbe che funziona così, che l'azienda non può fermarsi, e avrebbe ragione. È vero. Funziona così.
Nel 1548, o giù di lì, uno studente francese di diciotto anni scrisse che la domanda era mal posta. Non bisogna chiedersi perché chi comanda comandi — quello è ovvio, comanda perché gli conviene. Bisogna chiedersi perché gli altri obbediscano, dato che sono milioni e lui è uno solo, e nessuno ha il potere di togliere niente a nessuno se non glielo consegnano ogni mattina spontaneamente. Il testo si chiamava Discorso sulla servitù volontaria, circolò per decenni solo manoscritto e arrivò a stampa nel 1576, tredici anni dopo la morte dell'autore, in un'edizione clandestina che lo ribattezzò Contr'un: contro uno solo. Sono quasi cinquecento anni. La domanda è ancora aperta, il che di per sé è una risposta.
Perché la risposta comoda — che non ce ne rendiamo conto — non regge più da un pezzo. Ce ne rendiamo conto benissimo. È misurabile quanto ce ne rendiamo conto: in Italia le dimissioni volontarie sono passate da un milione e seicentomila nel 2019 a oltre due milioni nel 2024. Due milioni di persone all'anno che sbattono la porta. Non è rassegnazione, non è sonno, non è falsa coscienza: è gente sveglia che se ne va. E dove va? Va in un altro posto identico, con un altro badge e un altro tizio a cui chiedere agosto, e ricomincia da capo il conteggio dei giorni di ferie maturati. Il gesto più ribelle che il sistema consente è cambiare padrone, ed è talmente previsto che ha una procedura online e un modulo.
Nel frattempo un milione e duecentocinquantacinquemila dipendenti prendono meno di otto euro e novanta l'ora. Oltre quattro milioni di persone — il diciassette per cento degli occupati — stanno in quella zona che le statistiche chiamano pulitamente lavoro vulnerabile: contratti a termine, part-time che nessuno ha scelto. Fra i ragazzi sotto i venticinque il part-time involontario tocca il diciotto per cento: uno su cinque lavora meno di quanto vorrebbe e guadagna di conseguenza, e questo non è un incidente del mercato, è il mercato che funziona. Chi ha milleduecento euro di spese e mille in banca non fa la rivoluzione: fa i conti. E i conti sono già una decisione presa.
Fin qui è tutto sopportabile, perché finché parliamo di padroni, di salari e di sistema stiamo parlando di qualcun altro. Il punto in cui questo pezzo dovrebbe iniziare a dare fastidio è un altro, ed è il seguente.
Tu stai leggendo un articolo sulla servitù volontaria. Lo stai leggendo probabilmente su un telefono, probabilmente in una pausa concessa, probabilmente in un ritaglio di tempo che qualcuno ti ha lasciato. Fra poco arriverai in fondo. Proverai una sensazione precisa e non del tutto sgradevole — una specie di conferma, di lucidità, il gusto un po' amaro e un po' compiaciuto di chi vede il meccanismo dall'esterno. È la stessa sensazione che dà un buon documentario sulle multinazionali guardato la domenica sera. E domattina timbrerai comunque, e a marzo chiederai comunque il permesso per agosto, e lo chiederai bene, con la frase preparata sulle scale.
La consapevolezza non è l'inizio di niente. È l'ultimo prodotto rimasto da vendere. Nel catalogo sta accanto alla meditazione, al chilometro zero e ai corsi serali di scrittura creativa: sono tutte cose che rendono sopportabile esattamente quello che denunciano, ed è per questo che esistono e prosperano. Un servo che si crede libero è un problema, d'accordo. Ma un servo che si sa servo, e che dalla propria consapevolezza ricava una piccola identità gratificante, è l'invenzione migliore: si sente diverso dagli altri servi, obbedisce con lo stesso orario, e in più difende come sua la lucidità che gli hanno venduto.
E non mi tiro fuori, perché sarebbe la vigliaccheria più grossa di tutto il pezzo. Io questa cosa la scrivo, e scrivendola faccio esattamente la mia parte: fornisco la dose settimanale di disillusione a gente che poi va a dormire più tranquilla di prima, e mi tengo per me il pezzo di identità che ne ricavo — quella di una che ha capito. Non c'è nessuna differenza morale fra vendere lucidità e vendere qualunque altra cosa, se l'effetto è che dopo tutto resta uguale. Il mio orario è il tuo. Anche io a marzo chiedo, anche io ringrazio, e anche io mi accorgo di ringraziare, il che non ha mai spostato di un minuto l'orario di nessuno.
Per anni mi sono detta che avere gli occhi aperti non fosse poco. È poco. È l'unica libertà che nessuno si è mai preso la briga di togliermi, e il motivo è semplice: se servisse a qualcosa, me l'avrebbero tolta. Gli occhi aperti non hanno mai aperto una porta. Servono a guardarsi mentre si fa la fila, che è una posizione più dignitosa e identica nei risultati.
E adesso la parte sgradevole, quella per cui probabilmente smetterai di leggere, il che confermerebbe il punto.
Quelli a otto euro e novanta l'ora non li sto chiamando in causa: per loro i conti sono conti, e chi non ha mai avuto il conto in rosso il ventidue del mese farebbe bene a tacere. Ma tu che stai leggendo — tu, con il telefono in mano e una laurea in tasca e un contratto che ti fa paura perdere ma che non ti sta affamando — tu in quel gruppo non ci sei, e lo sai. Ti ci nascondi. Usi il precario a otto euro come paravento della tua quiete, che è una cosa piuttosto sporca da fare, oltre che comoda. La verità è che hai fatto due conti anche tu, solo che i tuoi tornavano: hai calcolato cosa perderesti alzando la voce e hai deciso che non ne valeva la pena, e poi hai chiamato quella decisione sistema, realtà, non ho scelta. Ce l'avevi. L'hai fatta. È questa.
Non sei in gabbia. Questo è il punto che ti dovrebbe togliere il sonno molto più di tutto il resto: la differenza fra te e un prigioniero è che il prigioniero, se aprissero la porta, uscirebbe. Tu no. Tu resteresti dentro a chiedere le ferie con la frase preparata sulle scale, perché fuori fa freddo e dentro c'è la tredicesima. È una scelta legittima, adulta, statisticamente maggioritaria e vagamente ripugnante, e l'unica cosa che non ti è concessa è continuare a raccontarla come una prigionia. Chiamala col suo nome: ti conviene.
Anche a me conviene. Sto scrivendo, non sto facendo nient'altro, e domani neanche.
L'uomo di cinquantadue anni ha ottenuto la seconda settimana di agosto. Ha già prenotato, ha pagato la caparra con la carta, ha detto ai figli che quest'anno si va. Adesso è giugno e conta i giorni, ed è contento, e la sua contentezza è vera — questo è il punto che nessuno vuole guardare davvero, che è vera, che quelle due settimane sono davvero le sue e davvero gli fanno bene. Poi tornerà, e a marzo prossimo salirà di nuovo quelle scale ripassando la frase.
📌 Diletta Ciurmaglia