Diletta

Diletta Ciurmaglia

• diletta • 9 min

L'animale più domestico (o: sulla servitù volontaria in salsa capitalista)

Spoiler: siamo noi, e no, non è una metafora

In una recente visione nonna Celeste ha osservato un dominio che sembra essere un infinito giardino zoologico, nei recinti nessun animale ma solo esseri umani, animali di qualsiasi specie vagano nei viali, tranquilli e curiosi.

Allora. Mi sono svegliata stamattina con un pensiero che non mi ha più lasciata: siamo l'unica specie che si è autodomesticata. E pure bene, aggiungo. Nessun altro essere vivente ha sviluppato un sistema così sofisticato per mettere al guinzaglio i propri simili. Gli animali vengono addomesticati dall'uomo. L'uomo viene addomesticato... dall'uomo stesso.

Lo chiamiamo "progresso", "organizzazione del lavoro", "civiltà".
Parole che hano un eco positivo..vuoi mettere con "servitù"..tutta un'altra passeggiata.

Ma facciamo due conti, che i numeri alle volte sono più onesti delle parole.

Quanti sono i veri padroni? Quelli che non devono obbedire a nessun altro essere umano specifico, intendo. Quelli che stanno in cima alla piramide e possono dire "oggi non mi va" senza che qualcuno gli faccia una ramanzina?

Circa 10.000-15.000 persone. Su otto miliardi.

Lo 0,0002% della popolazione mondiale.

Il resto — cioè il 99,99% — passa la vita a obbedire. E più scendi nella piramide, più sono i padroni a cui devi inchinarti. L'operaio deve rispondere a dieci livelli gerarchici diversi. Il middle manager a cinque. Il dirigente a due o tre. Ma quella manciata di migliaia in cima? A nessuno. Zero padroni umani diretti.

Pensaci: più sei in basso, più la tua giornata è microgestita da volontà altrui. Non solo devi produrre valore, quello è quasi il meno, devi farlo nei modi, nei tempi, nelle forme decise da una catena di esseri umani sopra di te. Con il sorriso, possibilmente. E ringraziando.

Il baratto più stupido della storia
Ma la parte che mi fa davvero incazzare è questa: siamo l'unica specie che baratta tempo per una promessa.

Il denaro - quella cosa per cui passi otto, dieci, dodici ore al giorno a fare cose che non faresti mai spontaneamente - è letteralmente un credito sul futuro. Una promessa che potrebbe non materializzarsi mai. Un pezzo di carta (o peggio, un numero su uno schermo) che ti dice: "Fidati, questo vale qualcosa".

E tu ci credi. Cedi l'unica risorsa veramente non rinnovabile — le ore, i giorni, gli anni della tua esistenza — per questa promessa differita.

Gli altri animali seguono istinti di sopravvivenza immediata. Tu sai di essere sfruttato, puoi concettualizzare alternative, hai l'intelligenza per farlo. Eppure continui.

Questo è il vero paradosso: l'intelligenza superiore non ci salva dalla domesticazione. Forse serve solo a costruire gabbie più sofisticate e a razionalizzare la nostra prigionia.

Nulla di nuovo sotto il sole (purtroppo)
Qui qualcuno potrebbe obiettare: "Ma no, guarda quanta strada abbiamo fatto! Le rivoluzioni! I diritti! L'uguaglianza!"

Quale uguaglianza?

Da sempre - e intendo proprio da sempre - è stato così. Faraoni e schiavi. Patrizi e plebei. Feudatari e servi della gleba. Industriali e operai. CEO e precari.

Cambia il nome, cambia l'estetica, ma la struttura rimane identica: una manciata di persone comanda, la massa obbedisce.

Certo, abbiamo fatto le rivoluzioni. La francese, la russa, quella industriale, quella digitale. Abbiamo lottato per l'uguaglianza, per i diritti, per la dignità. E cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo cambiato padroni. Abbiamo sostituito re con presidenti, feudatari con corporation, catene fisiche con contratti precari.

Il meccanismo della subordinazione non è cambiato. Si è solo sofisticato.

Anzi, per certi aspetti è peggiorato. Almeno il servo della gleba vedeva le catene. Sapeva di non essere libero. Non c'era bisogno di raccontargli storie sulla meritocrazia, sul "se ti impegni ce la fai", sul "sei un imprenditore di te stesso".

Oggi? Oggi ti raccontano che sei libero mentre sei incatenato. Ti chiamano "collaboratore" mentre sei subordinato. Ti vendono "flessibilità" mentre sei precario. Ti parlano di "work-life balance" mentre rispondi alle email alle undici di sera.

La schiavitù moderna è più efficiente di quella antica proprio perché lo schiavo non si riconosce come tale. Si crede libero. E uno schiavo che si crede libero non si ribella mai — anzi, difende il sistema che lo sfrutta.

Millenni di storia umana, tutte quelle lotte, tutto quel sangue versato per l'uguaglianza... e alla fine? Alla fine l'uomo continua a servire l'uomo. Solo che ora lo fa con il badge aziendale e il contratto a tempo determinato.

Evoluzione? Forse. Liberazione? Macché.

Quando la gabbia diventa naturale
E qui arriviamo al nocciolo.

La maggioranza delle persone considera tutto questo inevitabile. Non come un problema da risolvere, ma come "la realtà". Come l'aria. Come la gravità.

Perché?

Primo: la saturazione. Dopo otto ore di subordinazione, di dover contenere reazioni, di eseguire ordini, di sorridere quando vorresti mandare tutti a fanculo, non ti resta energia per pensare. Il sistema ti consuma proprio nella capacità di immaginare alternative. È progettato per questo.

Secondo: la frammentazione dell'esperienza. Ognuno vive la propria schiavitù come caso personale. "Sono io che non valgo abbastanza", "è il mio capo stronzo", "è questo lavoro di merda". Nessuno vede la struttura comune. E riconoscere la dimensione sistemica significherebbe ammettere che il problema non è risolvibile individualmente. Che è psicologicamente devastante, eh.

Terzo: la dipendenza materiale immediata. Ribellarsi significa rischiare l'affitto, il mutuo, il mangiare. Con zero risparmi e zero comunità di supporto, la ribellione è letteralmente impossibile. Non per vigliaccheria — per matematica. Hai mille euro in banca e milleduecento di spese mensili. In queste condizioni, ogni scelta è già fatta.

Ma c'è qualcosa di più profondo.

Anche quando queste condizioni materiali non ci sono tutte, quando qualcuno potrebbe permettersi di riflettere, di organizzarsi, di resistere...non lo fa. Manca proprio il desiderio.

E forse qui tocchiamo qualcosa di antropologicamente inquietante: la domesticazione ha successo quando l'animale perde il ricordo della libertà.

Se sei nato nella gabbia, se i tuoi genitori erano nella gabbia, se tutti quelli che conosci sono nella gabbia, la gabbia diventa "il mondo". Non è che la consideri inevitabile: non la vedi proprio come gabbia.

Il paradosso della connessione (o: divide et impera 2.0)
Eccoci alla beffa suprema.
Mai nella storia dell'umanità siamo stati così connessi. Otto miliardi di persone con un dispositivo in tasca che potrebbe metterli in comunicazione istantanea. La tecnologia per coordinarsi, organizzarsi, fare massa critica c'è. Esiste. Funziona pure.

Invece passiamo il tempo a scannarci l'un l'altro.

Su Twitter litighi per il pronome giusto. Su Facebook ti incazzi con tuo cugino che ha votato diversamente. Su Instagram invidi la vita perfetta di gente che non conosci. Su TikTok consumi contenuti progettati per tenerti incollato allo schermo 47 secondi alla volta, così non hai il tempo di pensare a niente di strutturale.

Siamo tutti connessi ma incapaci di fare massa critica.

Il divide et impera non è più applicato a gruppi o classi sociali. È stato atomizzato. Individuo contro individuo. Tutti contro tutti. Mentre i veri padroni — quei 10.000 là in cima — continuano indisturbati.

E la cosa geniale è che ormai facciamo da soli.

Non serve neanche più un apparato repressivo che divide attivamente la popolazione. Ci pensiamo noi. Ci identifichiamo con mille micro-etichette — ognuna con il suo nemico specifico — e ci battiamo per difendere queste identità frammentate. Che sono sacrosante, per carità. Ma mentre tu difendi la tua specificità contro la mia, e io difendo la mia contro la tua, chi ci sfrutta entrambi dorme sonni tranquilli.

Non è che la lotta identitaria non sia importante. È che è diventata l'unica lotta. Abbiamo sostituito la solidarietà di classe (che faceva paura al potere) con mille micro-conflitti identitari (che al potere non danno fastidio, anzi).

Risultato? Otto miliardi di persone connesse, isolate, e incapaci di coordinarsi su qualsiasi cosa che vada oltre la loro bolla specifica.

Il vecchio "dividi e conquista" funzionava dividendo le masse in gruppi contrapposti. La versione 2.0 le divide in otto miliardi di individui, ciascuno convinto di essere unico, speciale, e incompreso dagli altri sette miliardi e 999 milioni.

Più efficiente così, devo ammettere.

La commercializzazione di tutto (anche del respiro, se potessero)
E ora viene il bello.

Non solo hai barattato il tuo tempo. Hai anche esternalizzato ogni singola dimensione della tua vita a sistemi che non controlli.

Nutrirsi? Non mangi più: consumi cibo. C'è un'intera industria tra te e il tuo bisogno. Prima dovevi cacciare, coltivare, raccogliere. Ora devi lavorare otto ore per comprare calorie processate. Il bisogno è lo stesso, ma è stato mediato dal denaro. Allevamento intensivo di umani, ecco cos'è.

Accoppiarsi? Il sesso è diventato un mercato con le sue regole. App che applicano logiche di e-commerce alla ricerca del partner. Body image commercializzata. Performance sessuali mediate da pornografia industriale. Hai codificato persino il desiderio.

E poi i bisogni inventati: smartphone ultimo modello, corsi per "lavorare su te stesso", abbigliamento oltre la funzione, esperienze instagrammabili. Anche il tempo libero è diventato prodotto.

Sei inconsapevolmente estraneo alla tua stessa esistenza perché ogni sua dimensione è stata esternalizzata.
Chiuso in un sistema che dovrebbe in teoria assicurarti il benessere ma che in realtà ti dà appena abbastanza per continuare a funzionare. Esattamente come un allevatore non fa stare bene gli animali — li mantiene produttivi:

Salario sufficiente per non morire (ma non per accumulare vera autonomia)
Casa sufficiente per riposarti (ma non per vivere con agio)
Sanità sufficiente per tornare operativo (ma non per la salute piena)
Svago sufficiente per non impazzire (ma non certo per realizzarti)
Ti raccontano che questo è "dignità", "civiltà", "progresso". Ma la vera dignità sarebbe tempo libero, autonomia decisionale, connessione non mediata con i bisogni primari, comunità reale.

E quindi?
Boh.

Potrei dirti che ho delle soluzioni, ma mentirei. La disconnessione selettiva — tipo eliminare la TV, scegliere cosa consumare, ridurre al minimo la partecipazione ai sistemi che ti sfruttano — è damage limitation, non rivoluzione. Lo so. Ma tra farsi fagocitare completamente e mantenere qualche spazio di autonomia, preferisco il secondo.

La ribellione pacifica e organizzata? Bella idea, ma richiede massa critica. E la massa critica richiede che le persone abbiano voglia anche solo di discutere questi temi. E nella mia esperienza, non ce l'hanno. Sono troppo stanche, troppo sature, troppo impegnate a sopravvivere.

Quindi cosa rimane?
Riconoscere la gabbia, innanzitutto. Chiamarla col suo nome. Non è "il lavoro", non è "la vita moderna", non è "come devono essere le cose". È domesticazione. È sfruttamento. È alienazione.

E poi? E poi si fa quello che si può. Si cerca di tenersi stretti quei pochi spazi dove ancora decidi tu. Si resiste dove possibile. Si costruiscono piccole comunità di mutuo supporto. Si scrive, si parla, si testimonia.

Non cambierà il sistema. Ma forse ti cambia abbastanza da non farti dimenticare che è un sistema. E che tu, almeno tu, lo hai visto per quello che è.

Fuori piove. Dentro no, ma solo perché pago l'affitto. Che pago lavorando. Che mi serve per avere un tetto. Per poter lavorare.

Vadano pure tutti, con affetto, elegantemente affanculo.

Domani si ricomincia. Il caffè costa sempre di più. L'Archivio non paga gli straordinari.

Ma almeno ho gli occhi aperti. Che non è poco, ultimamente.

Amen.

 

Capitalista

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